In Gamòs pensiamo il team building non come un intervento didattico sporadico, ma come mettere a servizio dell’azienda un consulente per gli HR che per la dirigenza. Un’occasione di incontro e di attività condivise che non sia fine a sé stessa, ma resti un punto di partenza per individuare un percorso di crescita e sostegno per i gruppi di lavoro. Un team building, quindi, ti chiede cosa vuoi ottenere dal tuo team ancor prima di decidere cosa fargli fare. Ti propone un’attività dinamica che rappresenti il filo didattico del percorso di sviluppo che vuoi proporre, definendo obiettivi con le caratteristiche dei veri obiettivi: attuabili, verificabili e con tempistiche definite.
Ma cosa succede quando questo approccio viene ignorato? Il team building è uno degli strumenti più utilizzati nelle aziende, ma anche uno dei più fraintesi. Troppo spesso viene proposto come soluzione universale a problemi molto diversi tra loro, perdendo di vista il suo vero potenziale. Giovanna Prina, consulente ed esperta di sviluppo organizzativo, lo descrive con un’immagine efficace: “Gli assegnerei il colore beige, perché, com’è noto, il beige va bene in ogni stagione e si abbina con tutto.”
Un’ironia che nasconde una critica concreta: il team building viene chiamato in causa per rispondere a esigenze le più disparate — migliorare la collaborazione, incrementare il senso di appartenenza, presentare nuove strategie, rilanciare la motivazione, trasmettere valori, risolvere conflitti. Troppo, per un solo strumento.
Perché il team building non può essere una panacea
Prina è chiara: ama profondamente questa metodologia. “Trovo che offrire alle persone un momento comune di lavoro e di scambio organizzato in forma leggera abbia un valore enorme.” Ma proprio per questo motivo non può essere trattato con superficialità o seguire una logica standardizzata e routinaria.
Il problema nasce quando le attività prendono il sopravvento sul senso. Accade più spesso di quanto si pensi: aziende che raccontano di aver organizzato cacce al tesoro, rafting, giornate in fattoria, gare di tiro, senza riuscire a spiegare perché lo hanno fatto. La narrazione si concentra sul cosa, non sul perché — e questo è il primo segnale che qualcosa è andato storto nella progettazione.
Un caso emblematico descritto dall’autrice riguarda un’azienda che, “fatta prendere la mano dalle attività, ha dimenticato età, capacità, possibilità fisiche e motivazione delle persone da coinvolgere”, portando a casa feedback negativi: i partecipanti si sono sentiti portati a una fiera, non coinvolti in qualcosa di significativo per loro e per il loro lavoro.
La domanda che ogni azienda dovrebbe porsi prima di tutto
Prima di organizzare qualsiasi attività, c’è una sola domanda da cui partire: perché?
Non un perché generico, ma — come sottolinea Prina — “un perché profondo e ricco di significato, che prenda in considerazione allo stesso tempo l’azienda e le persone coinvolte.” Rispondere a questa domanda significa dare un senso all’intera attività e definire con chiarezza cosa il team building deve trasmettere a chi vi parteciperà.
Sembra banale. Non lo è.
I 4 pilastri di un team building ben progettato
Secondo l’autrice, esistono quattro passaggi fondamentali per costruire un team building davvero efficace:
1. Senso Il primo passo è la creazione di senso: avere chiaramente in mente cosa ciascun partecipante deve portarsi a casa dall’esperienza. Senza questo, qualsiasi attività rischia di restare fine a sé stessa.
2. Contesto È necessario analizzare il contesto organizzativo prima di progettare qualsiasi intervento. Ci sono problemi nelle relazioni o nel modo di operare? C’è coerenza tra il messaggio che si vuole trasmettere nel team building e ciò che accade ogni giorno in azienda? C’è fiducia tra i dipendenti e l’organizzazione?
3. Popolazione Conoscere le persone che si coinvolgeranno è imprescindibile. Prina mette in guardia da un errore frequente: “Chi organizza il team building proietta le sue preferenze e le sue idee su cosa può essere bello e interessante, dimenticandosi che sta coinvolgendo persone che magari la pensano diversamente e arrivano da realtà differenti.”
4. Ascolto Uno dei cardini del team building è trasmettere reale interesse verso il ruolo del gruppo e delle persone che ne fanno parte. Questo significa cercare di capire “cosa può piacere a loro, cosa possono trovare interessante e utile, e come farle sentire importanti anche nella fase di preparazione.”
Il rischio di un team building mal progettato
Ignorare questi passaggi non porta semplicemente a un evento neutro. Come avverte Prina, “i benefici attesi potrebbero non essere raggiunti o, peggio, si rischia di portarsi a casa dipendenti annoiati o disturbati da attività di cui non hanno colto il senso.”
Un investimento che diventa un boomerang.
Team building: uno strumento potente, se usato con intenzione
In Gamos Formazione crediamo esattamente in questo approccio: ogni intervento formativo, ogni evento aziendale, nasce da un’analisi profonda dei bisogni reali delle persone e dell’organizzazione. Il team building, quando è progettato con metodo e intenzione, “può realmente portare a risultati sorprendenti nelle relazioni e nel business” — come ricorda Prina.
Non un colore beige, dunque. Ma uno strumento preciso, da usare con la giusta consapevolezza.
Fonte: articolo di Giovanna Prina, Il Sole 24 Ore, 29 settembre 2023.





