Alle imprese serve Fantasia

Il valore della fantasia per chi fa impresa

C’è un pregiudizio duro a morire nel mondo del lavoro: l’idea che la fantasia sia una faccenda da bambini, da artisti o, al massimo, da pubblicitari in cerca di uno slogan. Tutto il resto — la strategia, i numeri, le decisioni che contano — apparterrebbe a un’altra categoria, quella delle “cose serie”. Chi fa impresa sa che non è così.

Ogni scelta imprenditoriale davvero significativa nasce da un atto di immaginazione: vedere un prodotto che ancora non
esiste, un mercato che nessuno ha ancora servito, un modo diverso di risolvere un problema che tutti davano per irrisolvibile.

Munari: la fantasia come metodo, non come dono

Bruno Munari, artista e designer tra i più influenti del Novecento italiano, ha dedicato una vita a smontare proprio questo pregiudizio. Nel suo libro Fantasia, distingue con precisione tre parole che nel linguaggio comune si usano come sinonimi: fantasia, invenzione, creatività.
Per Munari la fantasia è la capacità di produrre immagini e idee nuove, spesso senza vincoli di fattibilità; l’invenzione aggiunge a questo un elemento di novità concreta; lacreatività, infine, è la sintesi che unisce fantasia, invenzione, progettazione e capacità criticaper arrivare a un risultato che funziona davvero, nel mondo reale.

Un’impresa che vuole innovare ha bisogno di attraversare tutti e tre questi momenti: prima allargare lo sguardo senza paura di sbagliare, poi dare forma concreta a un’idea, infine sottoporla al vaglio della fattibilità, del mercato, dei vincoli reali. Saltare la prima fase — quella più libera e apparentemente meno “produttiva” — significa condannarsi a innovazioni timide, che replicano ciò che già esiste con piccole variazioni.

Un altro insegnamento centrale di Munari riguarda il metodo. Per lui la creatività non è un lampo di ispirazione riservato a pochi eletti, ma un processo che si può insegnare, allenare,strutturare. Questo è forse il messaggio più utile per chi guida un’organizzazione: la fantasia non va aspettata, va coltivata. Con il tempo, gli spazi, le domande giuste rivolte al team.

Carrese: la fantasia come scienza da studiare

Se Munari ha mostrato che la fantasia si può progettare, Massimo Gerardo Carrese — chesi definisce “fantasiologo” — ha provato a fondarne una vera e propria disciplina di studio.

Nel suo Il grande libro della fantasia, Carrese ripercorre secoli di pensiero, dai dialoghi diPlatone fino alle sfide poste dall’intelligenza artificiale, per raccontare la fantasia non comeun dono misterioso ma come un processo biologico, psicologico e culturale che può essereosservato, compreso e — di nuovo — allenato.

 

Carrese riprende esplicitamente la lezione di Munari, ma la porta oltre: mostra come lamente umana proceda per combinazioni, spostamenti di significato, accostamenti insoliti traelementi già esistenti. Non si inventa mai dal nulla: si ricombina. È un’idea preziosa per chifa impresa, perché toglie alla creatività l’alone di magia e la restituisce a un lavoro fatto diconnessioni: tra settori diversi, tra bisogni non ancora messi in relazione, tra competenzeche nella propria organizzazione magari già esistono ma non hanno mai dialogato tra loro.

Cosa significa, in pratica, per chi guida un’azienda

Tradurre questi due pensatori in pratica quotidiana non richiede sale immersive o corsi diimprovvisazione teatrale (anche se possono aiutare). Richiede, prima di tutto, un cambio dipostura:

  • Separare i momenti: dare spazio, anche breve, a fasi di pensiero libero prima dipassare al vaglio critico. Chiedere “cosa potremmo fare se non ci fossero vincoli?” prima di chiedere “cosa possiamo fare davvero?”.
  • Allenare, non aspettare: trattare la capacità immaginativa del team come unacompetenza da esercitare con continuità, non come una scintilla da invocare nei momenti di crisi.
  • Cercare combinazioni insolite: portare nella stessa stanza persone, dati oesperienze che normalmente non si incontrano. L’innovazione, come insegna Carrese, nasce quasi sempre da un accostamento inedito più che da un’invenzione dal nulla.
  • Dare valore al processo, non solo al risultato: un’idea scartata non è tempoperso, è parte del metodo che porta a quella buona.

Una competenza, non un lusso

In un contesto in cui l’intelligenza artificiale automatizza sempre più compiti esecutivi, lacapacità di immaginare scenari nuovi, di connettere ciò che sembra distante, di formulare ladomanda che nessun altro si è ancora posto, diventa uno dei pochi vantaggi competitivi cherestano saldamente umani. Munari e Carrese, con approcci diversi ma convergenti, ciricordano la stessa cosa: la fantasia non è l’opposto del rigore imprenditoriale. Ne è,semmai, la condizione di partenza.

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